36. Grimaldi Francesco
piazza Pellicceria, 1



Aree tematiche

Palazzo Spinola di Pellicceria, costruito da Francesco Grimaldi alla fine del Cinquecento, compare costantemente nell’elenco dei palazzi inseriti nel sistema dei rolli, cioè tra quelle dimore che, per la mancanza di una sede ufficiale in cui la Repubblica potesse svolgere i propri compiti diplomatici, di incontro e ospitalità, venivano estratte a sorte per assolvere al dovere di accoglienza ufficiale verso ospiti ufficiali della città. Le dimore genovesi sono dunque descritte dai cronisti del tempo come regge per il loro straordinario decoro artistico e per le strabilianti quadrerie che raccoglievano, ma anche per il ruolo pubblico, e non solo privato, che dovevano svolgere. Tra questi era compreso Palazzo Spinola di Pellicceria come dimora degna, per il decoro degli ambienti, di ospitare le personalità di più alto livello nel cerimoniale. Il ruolo sociale del proprietario doveva ovviamente contribuire e un apporto al prestigio di questa dimora certo lo diede il passaggio di proprietà dai Grimaldi al cognato di Tommaso, Ansaldo Pallavicino. Egli, infatti, era figlio di uno dei più eminenti protagonisti della vita politica sia per il ruolo che assunse nel vivace dibattito ideologico, sia, soprattutto, per la sua carriera pubblica che lo portò al seggio dogale nel 1637. Al figlio Ansaldo si devono fondamentali acquisizioni per la formazione della quadreria del palazzo che in gran parte vi si conserva, opere in particolare del suo pittore prediletto, Giovanni Battista Castiglione detto il Grechetto, ma anche l’introduzione dei dipinti del padre, uno dei più pronti estimatori del fiammingo Anton Van Dyck appena arrivato in città, dal quale volle farsi ritrarre ben due volte.

Questo fondamentale momento seicentesco della vita del palazzo è evidente nella visita al primo piano dell’edificio dove un recente restauro ha straordinariamente recuperato l’integrità del decoro parietale a fresco delle sale, opera di Lazzaro Tavarone, e dove sono raccolti i dipinti introdotti dai Pallavicino, e gli arredi del periodo in cui abitarono l’edificio, così da poter essere documento della qualità delle dimore aristocratiche genovesi in quel momento.
Salendo di un piano si passa ad ambienti fortemente caratterizzati dal gusto decorativo settecentesco, segno forte lasciato dalla generale ridecorazione dell’edificio voluta da Maddalena Doria, erede del palazzo nel 1734, alla quale si deve il passaggio del palazzo al nome degli Spinola essendo moglie di quel Nicolò Spinola di San Luca che diverrà doge nel 1740 dopo essersi presentato alla città con una dimora che i lavori voluti da Maddalena avevano reso tra le più aggiornate al gusto abitativo del momento, con gli affreschi delle sale affidati a Sebastiano Galeotti e Giovanni Battista Natali, ma soprattutto a Lorenzo De Ferrari. A questi si deve, in particolare, lo straordinario decoro della “galleria degli specchi” costruita collegando due ali del palazzo e determinando, anche con il rifacimento a stucco delle facciate, un aspetto architettonico decisamente diverso da quello originario documentato dall’incisione del prospetto inserito da Pier Paolo Rubens nel suo volume, pubblicato ad Anversa nel 1622, dedicato ai palazzi di Genova più significativi.
All’interno, nel nuovo contesto decorativo creato dagli affreschi, Maddalena prima e poi i suoi eredi inseriscono la quadreria del palazzo che comprende opere dei più prestigiosi pittori liguri – Antonello da Messina, Luca Cambiaso, Bernardo Strozzi, Gregorio de Ferrari, Grechetto- ma anche capolavori di altri artisti italiani, da Guido Reni a Luca Giordano, e capolavori di artisti fiamminghi come Joos van Cleve.
La secolare storia del palazzo di Pellicceria come dimora delle più prestigiose famiglie della Repubblica di Genova – Grimaldi, Pallaviciano, Doria, Spinola- si conclude con gli ultimi eredi Spinola, Paolo e Franco, che nel 1958 donarono allo Stato italiano l’edificio, e ogni bene in esso accumulatosi nei secoli, perché divenisse Galleria Nazionale, ma ponendo un preciso vincolo originato dalla piena consapevolezza del valore dell’insieme e del contesto, aldilà del valore delle singole opere. Secondo la loro esplicità volontà, infatti, il palazzo, anche una volta divenuto museo, dovrà mantenere il suo aspetto di dimora “qualunque sia la moda museografica che possa venire in auge”. In ottemperanza a tale volontà la mission del museo è documentare, grazie alla perfetta conservazione della sua realtà abitativa, il secolo d’oro della Repubblica genovese in uno dei suoi aspetti più propri come quello del prestigio delle dimore dell’aristocrazia di potere.
Questa volontà è divenuta guida anche della scelte museografiche e scientifiche degli ultimi due decenni per quanto riguarda i due piani conservati, mentre forzatamente diverso è il criterio che si è seguito, e le scelte che ne sono derivate, nell’impostazione museografica degli ultimi due piani. Questi sono stati gravemente danneggiati nel bombardamento della città dell’ultima guerra quando uno spezzone incendiario ha originato un incendio che è arrivato a danneggiare l’affresco di Tavarone del salone del secondo piano: consapevoli delle condizioni di questi piani, ormai privi di significative caratteristiche artistiche o storiche, i marchesi Spinola nell’atto di donazione non li compresero nel vincolo alla conservazione già proponendo come possibile utilizzo il farne sede della allora costituenda Galleria Nazionale della Liguria, cioè di una sede museale dove esporre le acquisizioni dello Stato italiano, aldilà della donazione Spinola, destinate ad arricchire il patrimonio ligure.
Nonostante il necessariamente diverso aspetto architettonico di questa parte, il tema della dimora – museo è quello che coerentemente con quanto conservatosi e presentato nei primi due piani, si è scelto voluto considerare anche nell’allestimento di questa creando non una contrapposizione, ma un dialogo e una complementarietà tra le due parti. Il tema del collezionismo delle famiglie aristocratiche, delle quadrerie genovesi, dell’arredo delle dimore sei-settecentesche, è quanto si è definito come linea guida costringendo quindi a precise selezioni sia nelle acquisizioni permanenti sia nell’attività delle esposizioni temporanee. Cosi la cornice Spinola di Filippo Parodi con Il mito di Paride dialoga con l’acquisito Amore e Adone dello stesso autore; lo straordinario Ritratto equestre di Gio Carlo Doria, capolavoro di Pier Paolo Rubens, completa la testimonianza sui ritrattisti fiamminghi rispetto alle opere di Van Dyck per Agostino Pallavicino; le porcellane orientali che completano l’arredo delle sale di Maddalena Doria al secondo piano, così come tende e sediame con rivestimenti in velluti e damaschi, tematicamente ritornano al quarto piano dove è stata allestito il patrimonio ceramico lasciato dagli Spinola e la sezione tessile creata con importanti acquisizioni di collezioni locali e ora sede di una sezione del “DVJ—Centro studi damasco, velluto, jeans”.

Testo di Farida Simonetti.


 

Palazzo Spinola di Pellicceria, built by Francesco Grimaldi at the end of the 16th Century, appears constantly in the list of palazzi included in the “Rolli” system, the system whereby residences were extracted by lot to provide reception facilities for official guests of the city. This was due to the fact that the Republic did not possess its own official premises in which to receive, meet and provide hospitality as part of its own diplomatic functions.

The Genoese residences are hence described by chroniclers of the time as palatial due to their extraordinary artistic decor and stunning picture galleries contained therein, but also due to the public, and not only private, role that they were required to perform. The decor of the rooms meant that Palazzo Spinola di Pellicceria was considered a residence worthy of hosting the highest ranking persons on ceremonial occasions. The social role of the owner was obviously meant to be a contributory factor and there is no doubt that the transfer of ownership from the Grimaldi family to Tommaso’s brother-in-law, Ansaldo Pallavicino, conferred on this residence a certain kudos. In fact, he was the son of one of the most eminent protagonists of political life due both to the rôle that he played in lively ideological debate and, primarily, due to his public career which led him to the ducal seat in 1637. Ansaldo was responsible for a number of basic acquisitions made to create the palazzo’s picture gallery which is largely conserved today. These works include in particular those by his favourite painter, Giovanni Battista Castiglione known as il Grechetto, but also feature his father’s paintings, one of the first patrons of the Flemish painter Anton Van Dyck as soon as he arrived in the city, by whom he was painted twice.
This key 17th Century stage of the palazzo’s life is evident when visiting the first floor of the building where a recent restoration has managed, most extraordinarily, to restore the integrity of the fresco decoration of the room walls, carried out by Lazzaro Tavarone. This contains the paintings introduced by the Pallavicino family, and the furnishings of the period in which they inhabited the building. This could be said to provide documentary proof of the quality of Genoese aristocratic residences at that time.
Going up a floor leads to areas with strong features characteristic of the decorative style of the 18th Century, a distinctive mark left by the general redecoration of the building commissioned by Maddalena Doria, who inherited the palazzo in 1734. This explains why the palazzo acquired the name of Spinola since she was the wife of the same Nicolò Spinola di San Luca who would become doge in 1740. This was after he had presented himself to the city with a residence that Maddalena had made one of the most up to date and in tune with the style of the time, with the room frescoes credited to Sebastiano Galeotti and Giovanni Battista Natali, but primarily to Lorenzo De Ferrari. The latter, in particular, is attributed with the exceptional decor of the “gallery of mirrors” built by joining two wings of the palazzo and restoring the stucco work on the façades to create an architectural aspect quite different from that documented originally in the etching of the elevation included by P. P. Rubens in his volume, published in Antwerp 1622, dedicated to the most important palazzi in Genoa.
Within the new decorative context created by the frescoes, first Maddalena and then her heirs added the palazzo’s picture gallery to contain works by the most prestigious Ligurian painters – Antonello da Messina, Luca Cambiaso, Bernardo Strozzi, Gregorio de Ferrari, Grechetto – but also masterpieces by Italian artists, ranging from Guido Reni to Luca Giordano, and masterpieces by Flemish artists such as Joos van Cleve.
The age-old history of the Pellicceria palazzo as a residence for the most prestigious families of the old Republic of Genoa – Grimaldi, Pallavicino, Doria, Spinola – ended with the last Spinola heirs, Paolo and Franco, who donated the building, and all the assets collected therein over the centuries, to the State in 1958 for it to become a National Gallery. They did, however, attach a precise condition to this endowment, being fully aware of the value of the overall building and the context, which was far greater than the value of the individual works. In fact, their explicit wish was that the palazzo, once it had become a museum, should preserve its residential character “whatever museological style might become popular”.
In keeping with this wish, the museum’s mission, thanks to the perfect state of conservation of the property’s living quarters, is to document the golden century of the old Genoese Republic as reflected in one of its key aspects, namely the prestige of the residences of the influential aristocracy.
This wish has also guided the museological and scientific choices made in the last two decades as regards the two preserved floors.
By contrast, the principle followed, and the resultant decisions, regarding the museological layout of the last two floors are through necessity quite different. These floors were seriously damaged by the city’s bombardment in the last war when an incendiary device caused a fire which damaged the Tavarone fresco in the second floor salon: being well aware of the condition of these floors, by now devoid of any artistic or historic significance, the Spinola heirs did not make their conservation a condition in the deed of endowment and had proposed even then that they could possibly be used to house the National Gallery of Liguria, being set up at that time. They envisaged a museum site for displaying the acquisitions of the Italian State, in addition to the Spinola endowment, aimed at enriching Liguria’s heritage.
Despite the fact that the architectural aspect of this part is necessarily quite different, it was decided that the theme chosen for the museum-residence should also blend with, and not diverge from, the layout and contents conserved and displayed on the first two floors, in other words that the two areas should complement one another. And so the very strict guidelines adopted when choosing permanent acquisitions and deciding on temporary exhibitions were based on the collecting habits of aristocratic families, Genoese picture galleries and the furnishings of 17th-18th Century residences.
Hence Filippo Parodi’s Spinola cornice with the The Myth of Paris complements Love and Adonis by the same artist; the extraordinary Equestrian portrait of Gio. Carlo Doria, a masterpiece by P. P. Rubens, complements the testimony on the Flemish portrait painters as regards the works of Van Dyck for Agostino Pallavicino; the oriental porcelains adorning Maddalena Doria’s rooms on the second floor, along with the drapes and velvet and damask-covered seats, reflect the theme of the fourth floor housing the ceramic legacy left by the Spinola family and the textile section created from important acquisitions from local collectors and now host to a section of the “DVJ-Damask, velvet, jeans educational Centre”.