24. Lomellini Giacomo Patrone
largo Zecca, 2



Aree tematiche

Collocato nell’area di Vallechiara – ai margini del Guastato (oggi piazza della Nunziata) e lungo la strada che saliva al borgo del Carmine -, zona caratterizzata da un grande fermento edilizio già in epoca rinascimentale, il palazzo, inizialmente sorto come dimora suburbana dei Lomellini, viene riedificato per volere di Giacomo Lomellini – ricco e colto esponente della famiglia che aveva fatto fortuna con il monopolio del corallo di Tabarca – tra il 1619 e il 1623 accorpando unità edilizie preesistenti. Passato in proprietà alla famiglia Patrone nella seconda metà del XIX secolo, viene ceduto nel 1927 al Municipio genovese – poi Comune di Genova – che lo destina a Sede Servizio Anagrafico e poi a Casa del Fascio; nel 1945 diviene sede del Comando Militare di Zona, destinazione che detiene tutt’ora.
Accorpato nel 1922 con il retrostante palazzo Spinola alla Prioria di Sant’Agnese, subisce il taglio di uno spigolo per allargare la sezione stradale tra largo della Zecca e piazza della Nunziata, perdendo il salotto e un gabinetto per ciascun piano.
Il palazzo, entrato a far parte del circuito urbano solo con l’apertura di Strada Nuovissima (via Cairoli) negli anni Settanta del Settecento, risente delle grandi trasformazioni urbane che hanno caratterizzato la zona circostante fin dal XVIII secolo: dalla sistemazione dei dislivelli della Zecca a metà Ottocento all’apertura dei tunnel veicolari negli anni Trenta del secolo scorso.
Inserita nelle liste degli alloggiamenti pubblici e rilevata da Pietro Paolo Rubens nell’edizione dei Palazzi Moderni di Genova pubblicata ad Anversa nel 1652, la dimora si presenta con un’impostazione simmetrica e un linguaggio architettonico tradizionale, fortemente aderenti ai modelli cinquecenteschi, aprendosi sull’esterno con uno spazio che oggi si coglie come un atrio colonnato, in origine disposto come una successione atrio-cortile-scalone di rappresentanza in cui i primi due elementi – il secondo dei quali aperto – erano separati da un diaframma colonnato organizzato secondo la soluzione della triplice arcata, che dava allo spazio un senso di magnificenza e di rappresentanza, accentuato dal cortile aperto da un doppio ordine di logge che dava luce anche agli ambienti interni e sfondato da un piccolo ninfeo oggi non più esistente.
Una soluzione poi modificata negli anni venti del Novecento dall’allora direttore dei Musei civici Antonio Quinzio, che tamponò il cortile loggiato, inserendo due colonne simili alle contigue e creando nuove volte.
Anche il prospetto originario, rilevato dal Rubens come una grande superficie con un basamento bugnato sormontato da decori illusionistici a fresco e a stucco, è oggi profondamente mutato, trasformato in una facciata caratterizzata dai canoni otto-novecenteschi.
La grande cultura del committente porta un artista come Domenico Fiasella – poi passatosi il testimone con Giovanni Carlone negli affreschi al secondo piano – a decorare le volte delle sale e dei salotti con un raffinato ciclo a fresco dedicato alle Storie della Regina Ester, direttamente ispirato alla contemporanea opera letteraria di Ansaldo Cebà La Reina Esther. Esther, infatti, che per salvare il proprio popolo corre il rischio di perdere essa stessa la vita, rappresenta il coraggio del Doge Giacomo Lomellini, capace di assumere la guida della Repubblica nella fosca ora dell’assedio del Duca di Savoia e di trarla in salvo, nonostante le dispari forze in campo. Il grande salone al secondo piano, dove Giovanni Carlone affresca La scelta di Esther da parte di Assuero, ospita anche quattro importanti busti di gusto neoclassico, realizzati nella seconda metà degli anni settanta del Settecento da Francesco Ravaschio e Nicolò Traverso.


Constructed from two houses belonging to the Lomellini family probably in the year 1619 and already included in the second edition of Rubens’s volume on the palaces of Genoa, the building was erected at the behest of one of the most important members of the family: Giacomo Lomellini, doge of the Republic from 1625 to 1627. Appointed doge at a time when the city was under threat of invasion from the Duke of Savoy, Carlo Emanuele I, Giacomo Lomellini distinguished himself for his ability to govern and was hailed as the saviour of the fatherland when the invading army was repulsed. It was probably on this occasion that the painter Domenico Fiasella was asked to decorate the palace halls. The scenes executed by Fiasella, who was later replaced by Giovanni Carlone and his younger brother Giovanni Battista, tell the story of the biblical heroine Esther, who with tenacity and courage liberated her people, which is also what Lomellini did. The building was sold to the city of Genoa by its owner, Fausto Patrone, in 1897. Incorporated into the palace at number 1 on Via St. Agnes in 1921, the building took on the form that is still visible today and was used as the local Fascist Headquarters from 1928 until 1943. Today it houses the headquarters of the Italian Army’s Operational Land Force Command.
 
 


I testi sono stati aggiornati grazie al progetto INSIDE STORIES finanziato a valere sui fondi – Legge 20 febbraio 2006, n. 77 “Misure speciali di tutela e fruizione dei siti italiani di interesse culturale, paesaggistico e ambientale, inseriti nella “lista del patrimonio mondiale”, posti sotto la tutela dell’UNESCO