11. Pallavicini Tobia / Pallavicino Tobia
via Garibaldi, 4



Pallavicino Tobia

Aree tematiche

Opera dell’architetto Giovanni Battista Castello detto il Bergamasco, il palazzo sorge per volontà di Tobia Pallavicino, finanziere colto e aggiornato sulle ultime novità romane che aveva costruito le sue ricchezze sul monopolio dell’allume di Tolfa.
Il cantiere, che si apre nel 1558, procede spedito dietro le direttive dell’architetto, preparato sul “nuovo corso” architettonico e decorativo appreso a Roma grazie a due soggiorni sponsorizzati dallo stesso committente, tanto da essere concluso già nel 1561, anno in cui se ne iniziò la decorazione ad opera di Giovanni Donzello.
Architetto, stuccatore, decoratore e frescante, e grande “regista”, il Bergamasco collabora con molti dei lombardi attivi nei cantieri aperti sulla via: Antonio Roderio, Bartolomeo Riccio, e Domenico Solari.
Il lotto era uno dei migliori del lato a valle della strada: affacciato a sud sulla piazza del Ferro, viene sfruttato appieno dal Bergamasco che vi colloca un secondo ingresso, ben testimoniato dai rilievi di Pietro Paolo Rubens raccolti nella prima edizione dei Palazzi Moderni di Genova, pubblicato ad Anversa nel 1622; il rapporto con la strada è quindi fondamentale nello sviluppo in senso scenografico dell’atrio, il cui fondo è occupato da una scala con una doppia rampa affrontata di cui, quella di sinistra, finta, rivedendo così una soluzione applicata anche da Bernardo Spazio nel vicino palazzo di Pantaleo Spinola. Lo spazio così definito viene poi decorato con stucchi e grottesche che, interessando la superficie della volta a padiglione lunettata senza soluzioni di continuità e guardando a modelli raffaelleschi, incorniciano due medaglioni centrali di forma ottagona raffiguranti Leda e Giunone e cartelle rettangolari con altri dei dell’Olimpo. Dall’atrio, salita la scala, si accedeva al salone e poi direttamente al giardino, intasato dagli ampliamenti settecenteschi; attorno al salone, si aprono salotti decorati a fresco con tematiche legate alle Metamorfosi di Ovidio (Dafne colpita dalla freccia allontana Amore; Mercurio ed Argo; Apollo e Coronide; Apollo e Dafne).
Il salone del piano nobile, secondo il consueto modulo di matrice alessiana, è preceduto da una loggia che, tra stucchi e affreschi del Bergamasco, celebra il committente quale mecenate delle arti e della musica (Storie di Apollo; Apollo citaredo e Muse).
Acquistato nel 1704 da Giacomo Filippo Carrega, il palazzo viene ampliato verso il lato del giardino e sopraelevato: è in questo contesto che si colloca la straordinaria e complessa macchina decorativa che Lorenzo De Ferrari – qui in veste di progettista, pittore e decoratore – allestì tra il 1734 e il 1744: la galleria dorata, si pone infatti a chiusura degli ampliamenti verso valle e diviene il nuovo luogo di rappresentanza della magnificenza della famiglia. Qui la decorazione – che nella volta e nelle lunette narra Storie di Enea – si fa totalizzante arrivando a “fondere” pareti, volta, arredi e decorazioni in un sofisticata scenografia; un apparato decorativo in stucco e legno dorato frutto di un disegno unitario, forse eseguito in collaborazione con lo stuccatore Diego Francesco Carlone, che guarda a modelli europei, soprattutto francesi e tedeschi.
Un rinnovo che la famiglia organizza insieme alla collocazione della Madonna con Bambino dello scultore francese Pierre Puget, inserita all’interno di una cappella la cui architettura illusiva è ancora una volta pensata e realizzata da Lorenzo De Ferrari: oggi sostituita da una copia (l’originale è conservato presso il Museo di Sant’Agostino), rende conto della straordinaria capacità e dell’aggiornamento, operato su modelli romani, dello scultore, attivo per le committenze genovesi nel corso degli anni sessanta del Seicento.
Passato in proprietà ai Cataldi nel 1830 e, infine, alla Camera di Commercio nel 1922, che lo detiene ancora oggi, il palazzo è oggetto di una generale revisione degli spazi in chiave organizzativa da parte dell’architetto Giuseppe Crosa di Vergagni.
 
Bibliografia aggiornata post 1998
C. Bartolini, G. Bozzo, E. Manara, Genova. Palazzo Carrega Cataldi Camera di Commercio, Genova 2000.
E. Poleggi, Genova una civiltà di palazzi, Cinisello Balsamo (Milano) 2002, pp. 64-68 (Palazzo di Tobia Pallavicino (1558-1561)).
E. Poleggi, L’invenzione dei Rolli, catalogo della mostra, Genova 2004.
S. Massarente, S. Zampichelli, C. Bartolini, Palazzo Tobia Pallavicini, in “Arkos”, supplemento al n. 7/2004 “Il restauro dei palazzi dei Rolli”, pp. 146-151.


 

It has represented for more than four centuries with splendid authority a happy moment and a fortunate situation in the Genoese sixteenth century architecture.
It is true that from the first decades of the eighteenth century, it supports the added elevation of one floor and the addition of a body on the area which was part of the garden, not deplorable interventions since they provided a remarkable decorative enrichment.
It is however convenient to ideally behead it of one floor with the support of the plan by Rubens for a first reading of the façade which has two horizontal bands in superimposed orders – a robust continuous ashlar on the ground floor and Ionic pilaster strips in pink Finale stone on the first floor – well fitted windows on seven axis with alternatively triangular and curved tympana. There was also a band with coupled columns and as a conclusion the Genoese slate roof in the shape of a truncated pyramid.

All these elements corresponded in the composition of the elevation to pictorial effects which eluded the monumental view: a façade with lights and shades skilfully drawn, which does not hide its descent, neither still nor repetitive, from the style of the Roman architecture of the Raffaello school. The author is a painter, a sculptor and an architect of the truest mannerist tradition; his name is Giambattista Castello, known as “il Bergamasco”, because he came from Bergamo to work in Genoa as a leading artist for about two decades until 1567, in the years of the prestigious building fervour, and not only in “Strada Nuova”. His sponsor, as luck would have it, was the builder of this palace, Tobia Pallavicino, brother of that Agostino who established himself in the fore, coming from a very noble family and industrial leader, with businesses and agents all over Europe, rich also in cultural interests and patron of the arts. The Bergamasco had taken care, on his behalf, of the decoration of his splendid villa – “called delle Peschiere” – built only a decade before on a project by Galeazzo Alessi on the hills of Multedo to the East gates of the town. There was then a consolidated understanding between artist and client, with so high a level of creativity, taste and experimentation as would rarely he equalled, even in the most prestigious building yards. The elevation of the eighteenth century has superimposed on the façade a decorous Corinthian order of anonymous quality. Inside, the distribution of spaces and of rooms affording access to others showed a new interesting autonomy. On the ground floor the triforum had a precise function of screen on the raised gallery with two symmetric staircases and had the function of vestibule of the room opening on the hanging garden, subsequently covered. This solution will be often copied in the following centuries and also exported by Bergamasco himself into Spanish palaces. The first floor followed this space distribution, so that the anteroom looks onto the street while the hall superimposed on the lower floor looks onto the garden. The architectural decoration is perfectly integrated with the stucco and fresco one, all by the same artist. The rich and mobile play of the mouldings in the capitals of the columns creates on the walls a precisely outlined continuous trabeation to which frames and tympana of the doors match in the details. On the ceilings the white stucco of the ground floor and the coloured one of the “piano nobile” is moulded with inexhaustive invention into friezes, panels, hermae, spirals, festoons and frames, along arches and underarches, to profile vaulting cells and enclose frescoes. These latter, pictured with mythological and allegorical subjects – Gods of the Olympus, Apollo in Parnaso, Apollo and Daphne on the ground floor, Apollo the citharist and Figures playing music, Mercury and Argus, Psyche and Cupid, respectively in the entrance, vestibule and two drawing-rooms of the piano nobile – conserve unaltered precious colours in the soft panels and in the solid modelling of figures which are at the same time flying lightly on the clouds. The decorative intervention of the eighteenth century concerned added or restyled spaces on the first floor. In the halls, the drawing-rooms and above all in the gallery, which closed to the south the building on the garden, the sinuous sculptures in golden stuccoes characteristic of a little known Genoese rococo style, but not less precious and rich in inventions than those celebrated in other places, enclosed frescoed medallions with Stories of Aeneas by the same artist Lorenzo De Ferrari.
 
 


I testi sono stati aggiornati grazie al progetto INSIDE STORIES finanziato a valere sui fondi – Legge 20 febbraio 2006, n. 77 “Misure speciali di tutela e fruizione dei siti italiani di interesse culturale, paesaggistico e ambientale, inseriti nella “lista del patrimonio mondiale”, posti sotto la tutela dell’UNESCO